Blair va avanti, “in una mano l’America, nell’altra l’Europa”
Dal Foglio del 1 ottobre 2003. Ampi stralci del discorso di Tony Blair al congresso del partito laburista Ho il privilegio di essere il primo leader laburista in cent’anni a parlare di fronte a questo nostro congresso dopo sei anni e mezzo di permanenza al governo. Non ci era mai riuscito prima […] Non avevamo mai governato così a lungo. E ora abbiamo addirittura la prospettiva di un terzo mandato. Ma è un momento cruciale. […]

Dal Foglio del 1 ottobre 2003. Ampi stralci del discorso di Tony Blair al congresso del partito laburista
Ho il privilegio di essere il primo leader laburista in cent’anni a parlare di fronte a questo nostro congresso dopo sei anni e mezzo di permanenza al governo. Non ci era mai riuscito prima […] Non avevamo mai governato così a lungo. E ora abbiamo addirittura la prospettiva di un terzo mandato. Ma è un momento cruciale. […]
Sì, dicono le persone più ciniche, il New Labour è stato una grande macchina elettorale, ma non avete saputo farne nulla. Potrei mettermi a leggere le statistiche: i più bassi tassi di inflazione, mutui sulla casa e disoccupazione da decenni. […]
Ma non sono le statistiche a dirci che cosa è cambiato; è la gente. Una madre single che ho incontrato, per anni disoccupata e senza futuro, è ora non solo con un lavoro grazie al New Deal, ma persino con la speranza di una promozione. Che cosa le importava di più? Non semplicemente il denaro, ma il rispetto che suo figlio avrebbe avuto per lei vedendola lavorare, acquistare fiducia, diventando così un modello da seguire. Questa madre era una dei due milioni di persone che il New Deal ha aiutato fin dal 1997. Ecco che cosa ha fatto il governo laburista per l’Inghilterra. […] Oppure il ragazzo che ho incontrato a Meyerside, ricoverato per cancro, i cui genitori non smettono mai di elogiare le cure e il trattamento ricevuto dal National Health Service. Nemmeno una lamentela. Soltanto stupore e ammirazione per l’impegno e la compassione per lo staff del NHS e orgoglio per il nostro sistema sanitario. […]
Dobbiamo essere orgogliosi di avere aumentato gli stipendi del servizio pubblico. Significa che assumeremo tutte quelle migliaia di persone in più che sono necessarie, ma anche che stiamo cominciando a pagare in modo adeguato quelle che già compiono il loro lavoro in modo superbo.
Si aggiungano a tutto questo i mutamenti costituzionali, la devoluzione in Scozia e Galles (dove il nazionalismo è ora sulla difensiva), l’autogoverno per Londra, il Freedom of Information Act e il Human Rights Act, nonché le prime regole trasparenti sulla sovvenzione ai partiti. […] E si aggiunga anche ciò che abbiamo fatto per la pace nell’Irlanda del Nord.
E non dimentichiamoci che questo governo, persino in difficili frangenti economici, sta aumentando le sovvenzioni per gli aiuti umanitari, sostenendo la riduzione del debito del Terzo mondo e collaborando attivamente per garantire un più facile accesso alle medicine per i pazienti malati di Aids in Africa. […]
Ma il governo è un compito arduo e difficile. Di grande soddisfazione ma molto impegnativo. Stare all’opposizione era facile. Tutto ciò che i nostri membri del Parlamento dovevano fare era rivolgersi alla loro base elettorale e incolpare il governo. E alcuni continuano a farlo.
Il maggio 1997 fu un momento unico. Una grande attesa circondava il nostro arrivo. Un senso di speranza che andava al di là delle normali aspettative. La gente lo percepiva. Noi lo percepivamo. […] Pensavamo che cambiare fosse solo una questione di volontà. Avere il giusto programma, spendere i soldi nel modo giusto, e il lavoro è fatto. Se speravamo di ricevere dei fiori ogni giorno, avremmo dovuto rimanere all’opposizione. Non dobbiamo andare in cerca di ringraziamenti. Stare al governo è un privilegio, per quanto arduo. […]
L’Iraq ha diviso la comunità internazionale. Ha diviso il partito, il paese, le famiglie e gli amici. So che molte persone sono deluse, ferite, arrabbiate. So che molti sono profondamente convinti che quello che abbiamo fatto era sbagliato. Ho totale rispetto per chiunque non sia d’accordo con me. Però chiedo una cosa sola: attaccate pure la mia decisione, ma comprendete almeno perché l’ho presa e perché la riprenderei ancora.
Immaginatevi di essere il primo ministro e di ricevere informazioni segrete non semplicemente sull’Iraq, ma sull’intero sporco commercio delle armi di distruzione di massa. E una cosa la sapevamo tutti. E non dai servizi segreti, ma dalla semplice realtà storica: che il regime di Saddam Hussein non aveva semplicemente prodotto ma anche usato armi di questo genere, uccidendo con i gas migliaia di suoi concittadini. Così come si sapeva che aveva continuato a mentire, nascondendo per anni tutte le prove anche sotto il naso degli ispettori dell’Onu.
E vedo che il terrorismo e il commercio di armi di distruzione di massa aumentano. Osservo il paese di Saddam e vedo il suo popolo soffrire, calpestato dalla sua brutalità e malvagità e da quella dei suoi figli.
Perciò cosa faccio? Dico: “Ho ricevuto delle informazioni riservate ma ho il sospetto che siano sbagliate?”. Lascio che Saddam rimanga al suo posto e si faccia anche più audace, e che le democrazie del mondo ne escano umiliate?
Vedete, io penso che la minaccia alla sicurezza nel XXI secolo non sia quella di paesi che si combattono in guerra. Credo che nell’interdipendente mondo di oggi la minaccia sia il caos. La minaccia è il fanatismo che sconfigge la ragione.
Immaginate che i terroristi ripetano un attacco come quello dell’11 settembre o anche peggiore. Immaginate che si siano impadroniti di armi biologiche e chimiche, o di una bomba “sporca”. Che cosa succederebbe?
Se questa è la minaccia del XXI secolo, l’Inghilterra deve schierarsi e aiutare ad affrontarla, non perché sia il barboncino dell’America, ma perché toglierla di mezzo renderà il nostro paese più sicuro.
Non si trattava di una scelta facile. Perciò, quale che sia la nostra opinione specifica, dobbiamo essere d’accordo almeno su questo: noi che abbiamo cominciato la guerra, dobbiamo portare a termine la pace.
I soldati inglesi morti in Iraq sono degli eroi. Non ci siamo pentiti della caduta di Milosevic, del rovesciamento dei talebani o della liberazione della Sierra Leone; malgrado tutte le polemiche, l’Iraq è un paese migliore senza Saddam.
Per quale motivo mi sforzo di tenere in una mano l’America e nell’altra l’Europa? Perché so che il terrorismo non può essere sconfitto se America ed Europa non collaborano. E non è dell’unilateralismo americano che ho paura. Ho paura dell’isolamento e dell’abbandono, quando invece abbiamo bisogno dell’impegno americano. Per combattere affinché il mondo si apra sempre più al libero commercio, affinché l’Africa possa avere speranze. Cambiando la sua posizione sulle questioni del cambiamento climatico per salvaguardare il futuro del pianeta. Rimanendo in Medio Oriente e dicendo a israeliani e palestinesi: non lasciate che gli estremisti decidano il destino del processo di pace, quando la sola speranza è quella di due Stati che vivono in pace l’uno accanto all’altro.
Non è nemmeno di un inghiottimento dell’Inghilterra in un qualche abisso europeo federale che ho paura, come se l’Inghilterra non fosse capace di stare in piedi da sola. Ho paura piuttosto che l’Inghilterra lasci il suo posto al centro dell’Europa e si ritiri ai suoi margini proprio quando si decide il destino dell’Europa. Ecco perché, oltre a valide ragioni economiche, sarebbe una follia se rinunciassimo all’idea di entrare nell’area dell’euro. [...]
Fino a ora i governi laburisti avevano seguito una sorta di rituale. Euforia al momento della vittoria; difficile attività di governo; il partito accusa la leadership di tradimento; la leadership accusa il partito di ingratitudine; disillusione; sconfitta. Lunghi periodi di governo tory prima di un nuovo scoppio di euforia. Siamo stati molto più bravi a sconfiggerci da soli che a farci battere dai tory. […]
Poi però è arrivato il New Labour. Fin dall’inizio i nostri avversari ci hanno odiato e allo stesso tempo temuto. Ritengono che i tory hanno un diritto divino a governare l’Inghilterra e che noi siamo degli usurpatori. Guardano il loro partito e provano rabbia, e ci odiano ancora di più perché pensano che siamo noi i responsabili. E in un certo senso lo siamo. Mettendoci al centro del campo, modernizzandoci e rivolgendoci ben al di là dei nostri sostenitori abbiamo contribuito a fare dei tory una replica di quello che eravamo noi una volta: un partito con una base ristretta, ossesionato da cose superflue, antiquato e in ritirata. […]
Il New Labour per me non ha mai rappresentato un allontanamento dalle mie convinzioni. E’ la mia convinzione. La società giusta in cui ogni persona è un cittadino a pieno diritto e uguale a tutti gli altri, indipendentemente dalla nascita, dalla classe, dalla ricchezza, dalla razza o dal sesso. Un paese in cui per mezzo della solidarietà costruiamo una società in cui la forza collettiva serve a compensare le debolezze individuali. Un paese in cui non si ereditano di generazione in generazione dei privilegi, ma in cui ognuno ottiene secondo i suoi meriti. Un paese in cui il rispetto di sé e degli altri è il marchio della convivenza. Un’Inghilterra la cui missione nel mondo è di combattere la povertà e l’oppressione.
Questi sono i miei e i vostri valori. E rappresentano la chiave di tutto. Ma la porta che devono aprire è la porta del futuro. […]
Dobbiamo affrontare un nuovo esame. Ma si tratta di un esame non delle nostre convinzioni ma del nostro carattere.
L’altra sera un delegato mi ha detto: “So che cosa vuole veramente dire: ‘so che cosa sto facendo, lasciatemi continuare’”; poi ha aggiunto: “Lei sa che cosa sta facendo, vero?”
E’ una giusta domanda.
So che l’approccio dall’alto verso il basso oggi non funziona più. Non posso dire: “Io sono il capo, seguitemi”. […]
Nei prossimi mesi, voglio che il nostro partito cominci una nuova discussione con il popolo inglese. Il governo pubblicherà un opuscolo che darà conto di tutti i progressi che abbiamo fatto e di tutte le sfide che dobbiamo affrontare. Dobbiamo avere la fiducia di avviare un dibattito, essere onesti sulle difficoltà e presentare le scelte concrete.
Ma non deve rimanere una discussione solo al nostro interno. Perché se vogliamo un governo che stia in contatto con il partito, dobbiamo avere un partito in contatto con la gente.
Vediamo cosa ci ha insegnato l’esperienza. Che cosa abbiamo imparato?
Dalla questione sull’indipendenza della Banca d’Inghilterra a quella sui livelli della scuola elementare, dal problema della criminalità a quello dell’assistenza sanitaria, abbiamo imparato che nessun mutamento avviene senza controversie, nessun progresso si realizza senza cambiamenti, e nessuna prospettiva di giustizia sociale è concepibile senza riforme. Siamo orgogliosi della nostra stabilità economica. Un milione e mezzo di posti di lavoro in più dal 1997 a oggi. […]
Ma sappiamo che non è abastanza, almeno non per l’economia del futuro.
La lotta per un futuro migliore deve cominciare con la nostra priorità essenziale: l’istruzione. A qualsiasi età, e in qualsiasi momento, l’istruzione è la garanzia più sicura per un futuro equo per tutti. […] E abbiamo bisogno di una moderna base industriale, di investimenti molto maggiori nella ricerca scientifica, ponendoci alla guida dell’Europa nelle scienze biologiche e nello sviluppo tecnologico. […]
Nell’economia del XXI secolo, la conoscenza, autentico capitale umano, rappresenta il futuro, e l’equità esige che sia aperta a tutti. Ma dobbiamo risolvere un serio problema. Ci stiamo muovendo molto più di qualsiasi altro paese europeo nel trasformare l’istruzione universitaria da un privilegio per pochi a un diritto per tutti. Ma come si fa a finanziare questo tipo di istruzione? Pretendere che tutti i soldi siano presi dalle tasche dei contribuenti è semplicemente disonesto. Certo, i tory hanno un’alternativa alle tasse universitarie: ridurre il denaro destinato alle università riducendo il numero degli studenti. Vi sembra giusto? E se poi le università avessero bisogno di altro denaro pensate forse che alzerebbero le tasse? No, ridurrebbero ulteriormente il numero di studenti, quando invece il nostro stesso futuro economico dipende dalla nostra capacità di sviluppare il potenziale umano e non di metterlo a repentaglio. […]
Possiamo essere orgogliosi dei finanziamenti accordati alle nostre scuole e al nostro servizio sanitario; orgogliosi che quest’anno la spesa per la sanità e l’istruzione stia aumentando più che in qualsiasi altro paese. Abbiamo 55.000 infermiere in più, 25.000 insegnanti in più, e 80.000 assistenti scolastici in più. Eccezionale.
Ecco alcune delle principali sfide da affrontare. […]
La ragione per cui sono così insistente sulla necessità di un cambiamento è che mi irrita vedere che ci si mette così tanto tempo, e divengo impaziente sapendo quanto ancora resta da fare. Voglio andare più veloce, e più lontano.
[…]
Ecco che cosa ho imparato sulla leadership. Sbarazzarsi delle scelte false, principi o non principi. Sostituirle con scelte vere.
Avanti o indietro, io posso andare in una sola direzione. Il momento in cui dare maggiore fiducia a un politico non è quando prende le scelte più facili. Ogni politico è capace di fare cose popolari. Lo so, e l’ho fatto anch’io.
So che è difficile mantenere la fiducia.
[…]
So che sono la stessa persona di sempre; più vecchio, più duro, con più esperienza, ma sostanzialmente la stessa persona che crede nelle stesse cose. Non ho mai guidato questo partito facendo dei calcoli. I calcoli sono per la politica; la leadership è una cosa istintiva. Credo che il popolo inglese perdonerà un errore del governo, che giudicherà il violento attacco dei media in modo più equilibrato di quanto crediamo. Ma ciò che non perdonerà è la mancanza di coraggio di fronte a una sfida. La risposta a ognuna delle sfide che dobbiamo affrontare non è affatto facile.
Durante i mesi della guerra in Iraq, ho ricevuto diverse lettere da genitori i cui figli sono morti come soldati. Uno credeva che suo figlio fosse morto invano e mi odiava per la decisione che avevo preso. Un altro, in una lettera meravigliosa, diceva che combattere in Iraq era la cosa giusta da fare e che, sebbene suo figlio fosse morto, continuava a pensarla allo stesso modo. E non dovete credere a chi dice che ricevendo lettere simili non si soffra profondamente e non si venga presi dai dubbi.
Tutto ciò che si può nel mondo di oggi, così confuso nella sua ricchezza di opportunità e pericoli, è decidere quale sia la cosa giusta e impegnarsi a farla.
[…]
Dopo sei anni, sono forse più bastonato fuori, ma certamente più forte dentro. E’ il solo genere di leadership che vi posso offrire. Ed è anche il solo genere di leadership che abbia senso avere. Lo scopo: ricostruire la fiducia pubblica, riscoprire, malgrado tutte le pressioni attuali, le virtù della convivenza, della tolleranza, della moderazione e del rispetto. Introdurre nell’egoista era del consumatore il valore della solidarietà. Non smettere di desiderare il meglio per se stessi, ma desiderarlo per tutti quanti.
Per costruire un paese di persone non orgogliose soltanto dei propri risultati, ma orgogliose per ciò che possono fare con l’unione delle forze. Orgogliose non semplicemente per i propri guadagni e le proprie spese, ma per ciò che ognuna può fare per l’altra. Questa è la nostra sfida.
Per superare gli ostacoli sui quali siamo sempre inciampati. Per rinnovare il governo. Per rimanere fedeli ai nostri valori. Per continuare a essere radicali nei nostri metodi. Per essere ancora aperti in politica. Se ci sentiamo svenire nei giorni di difficoltà, la nostra forza è debole. Ma non lo è affatto. Abbiamo la forza, la maturità e l’esperienza per realizzare i nostri ideali. Perciò diamoci da fare.
Sì, dicono le persone più ciniche, il New Labour è stato una grande macchina elettorale, ma non avete saputo farne nulla. Potrei mettermi a leggere le statistiche: i più bassi tassi di inflazione, mutui sulla casa e disoccupazione da decenni. […]
Ma non sono le statistiche a dirci che cosa è cambiato; è la gente. Una madre single che ho incontrato, per anni disoccupata e senza futuro, è ora non solo con un lavoro grazie al New Deal, ma persino con la speranza di una promozione. Che cosa le importava di più? Non semplicemente il denaro, ma il rispetto che suo figlio avrebbe avuto per lei vedendola lavorare, acquistare fiducia, diventando così un modello da seguire. Questa madre era una dei due milioni di persone che il New Deal ha aiutato fin dal 1997. Ecco che cosa ha fatto il governo laburista per l’Inghilterra. […] Oppure il ragazzo che ho incontrato a Meyerside, ricoverato per cancro, i cui genitori non smettono mai di elogiare le cure e il trattamento ricevuto dal National Health Service. Nemmeno una lamentela. Soltanto stupore e ammirazione per l’impegno e la compassione per lo staff del NHS e orgoglio per il nostro sistema sanitario. […]
Dobbiamo essere orgogliosi di avere aumentato gli stipendi del servizio pubblico. Significa che assumeremo tutte quelle migliaia di persone in più che sono necessarie, ma anche che stiamo cominciando a pagare in modo adeguato quelle che già compiono il loro lavoro in modo superbo.
Si aggiungano a tutto questo i mutamenti costituzionali, la devoluzione in Scozia e Galles (dove il nazionalismo è ora sulla difensiva), l’autogoverno per Londra, il Freedom of Information Act e il Human Rights Act, nonché le prime regole trasparenti sulla sovvenzione ai partiti. […] E si aggiunga anche ciò che abbiamo fatto per la pace nell’Irlanda del Nord.
E non dimentichiamoci che questo governo, persino in difficili frangenti economici, sta aumentando le sovvenzioni per gli aiuti umanitari, sostenendo la riduzione del debito del Terzo mondo e collaborando attivamente per garantire un più facile accesso alle medicine per i pazienti malati di Aids in Africa. […]
Ma il governo è un compito arduo e difficile. Di grande soddisfazione ma molto impegnativo. Stare all’opposizione era facile. Tutto ciò che i nostri membri del Parlamento dovevano fare era rivolgersi alla loro base elettorale e incolpare il governo. E alcuni continuano a farlo.
Il maggio 1997 fu un momento unico. Una grande attesa circondava il nostro arrivo. Un senso di speranza che andava al di là delle normali aspettative. La gente lo percepiva. Noi lo percepivamo. […] Pensavamo che cambiare fosse solo una questione di volontà. Avere il giusto programma, spendere i soldi nel modo giusto, e il lavoro è fatto. Se speravamo di ricevere dei fiori ogni giorno, avremmo dovuto rimanere all’opposizione. Non dobbiamo andare in cerca di ringraziamenti. Stare al governo è un privilegio, per quanto arduo. […]
L’Iraq ha diviso la comunità internazionale. Ha diviso il partito, il paese, le famiglie e gli amici. So che molte persone sono deluse, ferite, arrabbiate. So che molti sono profondamente convinti che quello che abbiamo fatto era sbagliato. Ho totale rispetto per chiunque non sia d’accordo con me. Però chiedo una cosa sola: attaccate pure la mia decisione, ma comprendete almeno perché l’ho presa e perché la riprenderei ancora.
Immaginatevi di essere il primo ministro e di ricevere informazioni segrete non semplicemente sull’Iraq, ma sull’intero sporco commercio delle armi di distruzione di massa. E una cosa la sapevamo tutti. E non dai servizi segreti, ma dalla semplice realtà storica: che il regime di Saddam Hussein non aveva semplicemente prodotto ma anche usato armi di questo genere, uccidendo con i gas migliaia di suoi concittadini. Così come si sapeva che aveva continuato a mentire, nascondendo per anni tutte le prove anche sotto il naso degli ispettori dell’Onu.
E vedo che il terrorismo e il commercio di armi di distruzione di massa aumentano. Osservo il paese di Saddam e vedo il suo popolo soffrire, calpestato dalla sua brutalità e malvagità e da quella dei suoi figli.
Perciò cosa faccio? Dico: “Ho ricevuto delle informazioni riservate ma ho il sospetto che siano sbagliate?”. Lascio che Saddam rimanga al suo posto e si faccia anche più audace, e che le democrazie del mondo ne escano umiliate?
Vedete, io penso che la minaccia alla sicurezza nel XXI secolo non sia quella di paesi che si combattono in guerra. Credo che nell’interdipendente mondo di oggi la minaccia sia il caos. La minaccia è il fanatismo che sconfigge la ragione.
Immaginate che i terroristi ripetano un attacco come quello dell’11 settembre o anche peggiore. Immaginate che si siano impadroniti di armi biologiche e chimiche, o di una bomba “sporca”. Che cosa succederebbe?
Se questa è la minaccia del XXI secolo, l’Inghilterra deve schierarsi e aiutare ad affrontarla, non perché sia il barboncino dell’America, ma perché toglierla di mezzo renderà il nostro paese più sicuro.
Non si trattava di una scelta facile. Perciò, quale che sia la nostra opinione specifica, dobbiamo essere d’accordo almeno su questo: noi che abbiamo cominciato la guerra, dobbiamo portare a termine la pace.
I soldati inglesi morti in Iraq sono degli eroi. Non ci siamo pentiti della caduta di Milosevic, del rovesciamento dei talebani o della liberazione della Sierra Leone; malgrado tutte le polemiche, l’Iraq è un paese migliore senza Saddam.
Per quale motivo mi sforzo di tenere in una mano l’America e nell’altra l’Europa? Perché so che il terrorismo non può essere sconfitto se America ed Europa non collaborano. E non è dell’unilateralismo americano che ho paura. Ho paura dell’isolamento e dell’abbandono, quando invece abbiamo bisogno dell’impegno americano. Per combattere affinché il mondo si apra sempre più al libero commercio, affinché l’Africa possa avere speranze. Cambiando la sua posizione sulle questioni del cambiamento climatico per salvaguardare il futuro del pianeta. Rimanendo in Medio Oriente e dicendo a israeliani e palestinesi: non lasciate che gli estremisti decidano il destino del processo di pace, quando la sola speranza è quella di due Stati che vivono in pace l’uno accanto all’altro.
Non è nemmeno di un inghiottimento dell’Inghilterra in un qualche abisso europeo federale che ho paura, come se l’Inghilterra non fosse capace di stare in piedi da sola. Ho paura piuttosto che l’Inghilterra lasci il suo posto al centro dell’Europa e si ritiri ai suoi margini proprio quando si decide il destino dell’Europa. Ecco perché, oltre a valide ragioni economiche, sarebbe una follia se rinunciassimo all’idea di entrare nell’area dell’euro. [...]
Fino a ora i governi laburisti avevano seguito una sorta di rituale. Euforia al momento della vittoria; difficile attività di governo; il partito accusa la leadership di tradimento; la leadership accusa il partito di ingratitudine; disillusione; sconfitta. Lunghi periodi di governo tory prima di un nuovo scoppio di euforia. Siamo stati molto più bravi a sconfiggerci da soli che a farci battere dai tory. […]
Poi però è arrivato il New Labour. Fin dall’inizio i nostri avversari ci hanno odiato e allo stesso tempo temuto. Ritengono che i tory hanno un diritto divino a governare l’Inghilterra e che noi siamo degli usurpatori. Guardano il loro partito e provano rabbia, e ci odiano ancora di più perché pensano che siamo noi i responsabili. E in un certo senso lo siamo. Mettendoci al centro del campo, modernizzandoci e rivolgendoci ben al di là dei nostri sostenitori abbiamo contribuito a fare dei tory una replica di quello che eravamo noi una volta: un partito con una base ristretta, ossesionato da cose superflue, antiquato e in ritirata. […]
Il New Labour per me non ha mai rappresentato un allontanamento dalle mie convinzioni. E’ la mia convinzione. La società giusta in cui ogni persona è un cittadino a pieno diritto e uguale a tutti gli altri, indipendentemente dalla nascita, dalla classe, dalla ricchezza, dalla razza o dal sesso. Un paese in cui per mezzo della solidarietà costruiamo una società in cui la forza collettiva serve a compensare le debolezze individuali. Un paese in cui non si ereditano di generazione in generazione dei privilegi, ma in cui ognuno ottiene secondo i suoi meriti. Un paese in cui il rispetto di sé e degli altri è il marchio della convivenza. Un’Inghilterra la cui missione nel mondo è di combattere la povertà e l’oppressione.
Questi sono i miei e i vostri valori. E rappresentano la chiave di tutto. Ma la porta che devono aprire è la porta del futuro. […]
Dobbiamo affrontare un nuovo esame. Ma si tratta di un esame non delle nostre convinzioni ma del nostro carattere.
L’altra sera un delegato mi ha detto: “So che cosa vuole veramente dire: ‘so che cosa sto facendo, lasciatemi continuare’”; poi ha aggiunto: “Lei sa che cosa sta facendo, vero?”
E’ una giusta domanda.
So che l’approccio dall’alto verso il basso oggi non funziona più. Non posso dire: “Io sono il capo, seguitemi”. […]
Nei prossimi mesi, voglio che il nostro partito cominci una nuova discussione con il popolo inglese. Il governo pubblicherà un opuscolo che darà conto di tutti i progressi che abbiamo fatto e di tutte le sfide che dobbiamo affrontare. Dobbiamo avere la fiducia di avviare un dibattito, essere onesti sulle difficoltà e presentare le scelte concrete.
Ma non deve rimanere una discussione solo al nostro interno. Perché se vogliamo un governo che stia in contatto con il partito, dobbiamo avere un partito in contatto con la gente.
Vediamo cosa ci ha insegnato l’esperienza. Che cosa abbiamo imparato?
Dalla questione sull’indipendenza della Banca d’Inghilterra a quella sui livelli della scuola elementare, dal problema della criminalità a quello dell’assistenza sanitaria, abbiamo imparato che nessun mutamento avviene senza controversie, nessun progresso si realizza senza cambiamenti, e nessuna prospettiva di giustizia sociale è concepibile senza riforme. Siamo orgogliosi della nostra stabilità economica. Un milione e mezzo di posti di lavoro in più dal 1997 a oggi. […]
Ma sappiamo che non è abastanza, almeno non per l’economia del futuro.
La lotta per un futuro migliore deve cominciare con la nostra priorità essenziale: l’istruzione. A qualsiasi età, e in qualsiasi momento, l’istruzione è la garanzia più sicura per un futuro equo per tutti. […] E abbiamo bisogno di una moderna base industriale, di investimenti molto maggiori nella ricerca scientifica, ponendoci alla guida dell’Europa nelle scienze biologiche e nello sviluppo tecnologico. […]
Nell’economia del XXI secolo, la conoscenza, autentico capitale umano, rappresenta il futuro, e l’equità esige che sia aperta a tutti. Ma dobbiamo risolvere un serio problema. Ci stiamo muovendo molto più di qualsiasi altro paese europeo nel trasformare l’istruzione universitaria da un privilegio per pochi a un diritto per tutti. Ma come si fa a finanziare questo tipo di istruzione? Pretendere che tutti i soldi siano presi dalle tasche dei contribuenti è semplicemente disonesto. Certo, i tory hanno un’alternativa alle tasse universitarie: ridurre il denaro destinato alle università riducendo il numero degli studenti. Vi sembra giusto? E se poi le università avessero bisogno di altro denaro pensate forse che alzerebbero le tasse? No, ridurrebbero ulteriormente il numero di studenti, quando invece il nostro stesso futuro economico dipende dalla nostra capacità di sviluppare il potenziale umano e non di metterlo a repentaglio. […]
Possiamo essere orgogliosi dei finanziamenti accordati alle nostre scuole e al nostro servizio sanitario; orgogliosi che quest’anno la spesa per la sanità e l’istruzione stia aumentando più che in qualsiasi altro paese. Abbiamo 55.000 infermiere in più, 25.000 insegnanti in più, e 80.000 assistenti scolastici in più. Eccezionale.
Ecco alcune delle principali sfide da affrontare. […]
La ragione per cui sono così insistente sulla necessità di un cambiamento è che mi irrita vedere che ci si mette così tanto tempo, e divengo impaziente sapendo quanto ancora resta da fare. Voglio andare più veloce, e più lontano.
[…]
Ecco che cosa ho imparato sulla leadership. Sbarazzarsi delle scelte false, principi o non principi. Sostituirle con scelte vere.
Avanti o indietro, io posso andare in una sola direzione. Il momento in cui dare maggiore fiducia a un politico non è quando prende le scelte più facili. Ogni politico è capace di fare cose popolari. Lo so, e l’ho fatto anch’io.
So che è difficile mantenere la fiducia.
[…]
So che sono la stessa persona di sempre; più vecchio, più duro, con più esperienza, ma sostanzialmente la stessa persona che crede nelle stesse cose. Non ho mai guidato questo partito facendo dei calcoli. I calcoli sono per la politica; la leadership è una cosa istintiva. Credo che il popolo inglese perdonerà un errore del governo, che giudicherà il violento attacco dei media in modo più equilibrato di quanto crediamo. Ma ciò che non perdonerà è la mancanza di coraggio di fronte a una sfida. La risposta a ognuna delle sfide che dobbiamo affrontare non è affatto facile.
Durante i mesi della guerra in Iraq, ho ricevuto diverse lettere da genitori i cui figli sono morti come soldati. Uno credeva che suo figlio fosse morto invano e mi odiava per la decisione che avevo preso. Un altro, in una lettera meravigliosa, diceva che combattere in Iraq era la cosa giusta da fare e che, sebbene suo figlio fosse morto, continuava a pensarla allo stesso modo. E non dovete credere a chi dice che ricevendo lettere simili non si soffra profondamente e non si venga presi dai dubbi.
Tutto ciò che si può nel mondo di oggi, così confuso nella sua ricchezza di opportunità e pericoli, è decidere quale sia la cosa giusta e impegnarsi a farla.
[…]
Dopo sei anni, sono forse più bastonato fuori, ma certamente più forte dentro. E’ il solo genere di leadership che vi posso offrire. Ed è anche il solo genere di leadership che abbia senso avere. Lo scopo: ricostruire la fiducia pubblica, riscoprire, malgrado tutte le pressioni attuali, le virtù della convivenza, della tolleranza, della moderazione e del rispetto. Introdurre nell’egoista era del consumatore il valore della solidarietà. Non smettere di desiderare il meglio per se stessi, ma desiderarlo per tutti quanti.
Per costruire un paese di persone non orgogliose soltanto dei propri risultati, ma orgogliose per ciò che possono fare con l’unione delle forze. Orgogliose non semplicemente per i propri guadagni e le proprie spese, ma per ciò che ognuna può fare per l’altra. Questa è la nostra sfida.
Per superare gli ostacoli sui quali siamo sempre inciampati. Per rinnovare il governo. Per rimanere fedeli ai nostri valori. Per continuare a essere radicali nei nostri metodi. Per essere ancora aperti in politica. Se ci sentiamo svenire nei giorni di difficoltà, la nostra forza è debole. Ma non lo è affatto. Abbiamo la forza, la maturità e l’esperienza per realizzare i nostri ideali. Perciò diamoci da fare.